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Carlo Volpati

Volta e l’aeronautica


Saggio scritto nel 1927 dal bibliotecario di Como, aeronauta e pioniere dell’aviazione in occasione delle Celebrazioni voltiane

Alessandro Volta con alcuni dei suoi apparecchi.
In secondo piano, una pila.

Dopo millenni di stazionarietà nelle forme e nei mezzi, la locomozione umana alla fine del secolo XVIII compì quasi improvvisamente un gigantesco balzo innanzi: un nuovo potentissimo mezzo di trasporto fu a disposizione dell’uomo, un nuovo sconfinato campo di azione fu a lui dischiuso: la locomotiva a vapore e l’aerostato, a breve distanza di anni, furono le forze nuove che il Settecento, già presso al tramonto, largì all’umanità per la lotta contro lo spazio. Poco dopo, l’invenzione della pila, splendidamente coronando l’attività scientifica del secolo, consegnò all’uomo un’altra formidabile forza, destinata a fruttare nuove clamorose vittorie in quella lotta.
Giacomo Watt, Giuseppe Montgolfier, Alessandro Volta compongono la triade gloriosa nella quale la ferrovia, l’aeronautica e la trazione elettrica hanno i loro diretti autori o preparatori. Si può aggiungere, per quello che riguarda il Fisico di Como, che in lui è anche lecito riconoscere il non lontano preparatore di quell’altro potente mezzo di locomozione che da pochi decenni ha fatto la sua comparsa: il motore a scoppio. Con la pistola ad aria infiammabile, infatti, inventata nel 1777, fu per la prima volta creato uno strumento con il quale un corpo viene spostato mediante l’esplosione di gas provocata con la scintilla elettrica.
È bello trovare fra loro in relazione i tre grandi inventori. Nel secolo XVIII i frequenti viaggi, supplendo alla povertà dei mezzi di comunicazione, permisero agli scienziati d’Europa di conoscersi personalmente e di annodare tra loro cordiali relazioni. Così avvenne che nel 1782 Volta, viaggiando per l’Inghilterra, s’incontrò e s’intrattenne a più riprese, a Birmingham, con Giacomo Watt e con lui fece esperienze sulle «macchine a fuoco», delle quali, ammirate anche a Shrewsbury, egli scriveva al fratello arcidiacono chiamandole, con la strada di ferro, «le più grandi cose che si possano immaginare non che eseguire». Nel 1801, a Parigi egli s’incontrò e più volte s’intrattenne con uno degli inventori dell’aerostato, Giuseppe Montgolfier (il fratello Stefano era morto due anni prima), visitandone le macchine per innalzare acqua e anche certo discorrendo di aeronautica.
Il 5 giugno 1783 s’era compiuto il grande avvenimento: ad Annonay, davanti all’assemblea degli Stati Generali del Vivarese, un globo di tela foderato di carta, riempito d’aria calda, si era sollevato a volo per l’aria. Due mesi e mezzo dopo, il 27 agosto, l’invenzione era rinnovata a Parigi per opera del fisico Charles e dei fratelli Robert, meccanici, i quali sollevarono per le vie del cielo il primo pallone costruito di stoffa serica e riempito d’idrogeno.
Immensa, com’è naturale, fu l’eco sollevata da tali fatti; con le sue appariscenti manifestazioni e l’apparente infrazione di una fondamentale legge di natura, il nuovo ordigno attrasse su di sé l’attenzione, fervida di ansiosa e ammirata curiosità, di tutti, dotti e ignoranti.
L’aeronautica divenne ben presto una frenesia, che dilagò e si sfogò nei più disparati campi di attività, dalla poesia all’abbigliamento, dalla scienza alla caricatura. Rapidamente dalla Francia si diffuse in Italia e nelle altre parti d’Europa, destando ovunque entusiasmo e interessamento. Tra noi nella Lombardia, precisamente a Milano, il fervore delle discussioni e delle applicazioni raggiunse il maggior grado d’intensità. Primeggiavano nel movimento il cavaliere Marsilio Landriani, patrizio milanese e professore di fisica sperimentale, l’abate Carlo Amoretti, letterato e scienziato, futuro bibliotecario dell’Ambrosiana, il canonico Giacomo Veneziani, i quali tutti erano colleghi o amici di Alessandro Volta. E anche il Volta deve essere annoverato tra i cultori del nuovo ramo di scienza fisica. E come poteva essere diversamente, dati certi personali precedenti e avviamenti, come le ricerche intorno alle arie, proseguite già da molti anni, lo studio dell’opera del Priestley, Observations on different kind of air, che pure ai fratelli Montgolfier aveva spianata la via per giungere alla loro gloriosa invenzione, il corso di chimica del francese Giacomo Charles – il creatore delle «caroline» –, che egli aveva frequentato a Parigi nel 1782, dal febbraio all’aprile, e fors’anche la relazione e i colloqui avuti in quello stesso anno, a Londra, col napoletano Tiberio Cavallo, che, per una sua idea concepita già nel 1777 e per le esperienze eseguite nel 1782, più d’ogni altro s’era avvicinato all’invenzione dei Montgolfier, anzi meglio a quella di Charles e poi, nel 1785, con la History and practice of aerostation, aveva dato un’opera sull’argomento che si può dire classica e che è ancora la migliore scritta da un italiano?
D’altronde Volta stesso ebbe occasione di pronunciarsi sul contributo da lui recato alle esperienze che prepararono l’aeronautica. Alludo alla lettera del 28 ottobre 1783, diretta all’amico Giacinto Magellan, fisico portoghese stabilito in Inghilterra, membro della Società Reale di Londra. In essa egli parla delle esperienze con le bolle di sapone riempite d’aria infiammabile, da lui eseguite a Parigi nel 1782 in casa del Charles, e dei tentativi, ancor più interessanti, da lui fatti a Strasburgo nell’ottobre del 1781 con Barbier de Tinan per far volare una vescica piena di quell’aria. Il Volta esprime anche il suo parere circa il merito del Montgolfier: per lui questi non fece alcuna scoperta; la leggerezza dell’aria infiammabile era, per opera del Cavendish, del Priestley e altri fisici, un fatto già acquisito: al Montgolfier si deve riconoscere più che altro l’abilità con la quale, cucendo e incollando dei pezzi di tela e di carta, riusci a mettere insieme un pallone della capacità richiesta: egli realizzò con esso ciò che i fisici già avevano pensato.
Giovò al Volta per tenersi al corrente delle novità aerostatiche di Francia anche il soggiorno che in quella capitale egli aveva fatto nel 1782, in quanto gli amici che vi aveva conosciuto s’incaricarono poi di informarlo intorno a quelle stesse novità. Si conserva la lettera d’uno di essi, in data 2 settembre 1783, contenente la descrizione dell’ascensione del 27 agosto.
Dopo le esperienze di aerostatica maturarono i primi saggi di aeronautica: il 15, il 17 e il 19 ottobre, sempre del 1783, un essere umano tentò per la prima volta le vie del cielo, elevandosi su una mongolfiera (assicurata però per prudenza a una fune), fino all’altezza, rispettivamente, di 27, 70 e 80 metri. L’impresa destò, com’era naturale, molto rumore, e la fama rapidamente ne volò oltre i confini di Francia, fornendo ovunque e per molto tempo abbondante materia alle conversazioni degli alti ceti non meno che del popolo. Nella prima settimana di novembre il fatto era ancora all’ordine del giorno e una sera che il Volta si trovava in udienza presso il governatore della Lombardia, l’arciduca Ferdinando d’Austria, l’argomento fu non brevemente trattato. Il Fisico di Como fu cioè richiesto da S.A.R. di notizie e di spiegazioni e le une e le altre egli seppe offrire tali da appagare certo la curiosità dell’eccelso personaggio. L’udienza ebbe luogo a Monza, ove l’arciduca soggiornava nella villa che l’arte del Piermarini gli aveva apprestata, ricca di regali eleganze, da soli tre anni.
Ritornato a Pavia verso il 10 novembre, il Volta vi trovava una lettera scrittagli da Parigi da uno de’ suoi amici informatori, che aveva assistito ai voli del Pilâtre de Rozier. La lettera era troppo interessante perché egli non pensasse di metterne a parte chi sapeva, più d’ogni altro suo collega, infervorato nelle esperienze d’aerostatica, e per di più sul punto di offrir di queste un pubblico saggio al cospetto dello stesso Arciduca, onde quelle notizie potevano riuscir anche a questo di non piccolo interesse. La persona cui si allude è quel Marsilio Landriani, che già abbiamo nominato, e che si può quasi considerare come la maggior competenza tecnica in Italia in fatto di aerostatica, tanto che a lui ricorreva per ragguagli persino un Cossali da Verona. Il Volta dunque l’11 novembre spedì da Pavia all’amico la lettera parigina, accompagnandola con un breve scritto che P. Riccardi pubblicò nella raccoltina di lettere voltiane edita a Modena nel 1876. Tra l’altro gli scriveva: «...Potete, se vi pare, comunicare a S.A.R. l’acclusa descrizione di questa famosa volata...».
Il Landriani fu infatti a Monza il 15 novembre, ospite dell’Arciduca; né solo per tener con lui discorsi di aerostatica, sì anche per eseguire esperienze sul nuovo ramo di scienza fisica. Due palloncini egli lanciò a volo dalla regale villa. Erano infatti, per usar le stesse parole del Landriani, «di quelle pellicole che coprono l’intestino cieco del bue, e di cui si servono li battiloro» e vennero riempiti di «aria infiammabile» (idrogeno), ottenuta dallo zinco sottoposto all’acido vetriolico. Tale specie di aerostati era stata per la prima volta confezionata e messa in opera a Parigi dal Dechamps e dal Beaumanoir e tosto s’era diffusa per tutta l’Europa.
I palloncini furono innalzati dal Landriani a distanza di alcune ore l’uno dall’altro. Il primo misurava sedici pollici; l’altro aveva forma di sacco ed era alto circa tre piedi. Il lancio di quest’ultimo si fece a sera inoltrata per rendere lo spettacolo più attraente, ché gli fu attaccato un lumicino che l’aerostato sollevò seco e per lungo tratto sostenne. Memorabile fu quella giornata: era la prima volta che il cielo d’Italia veniva solcato dalle nuove macchine aeree. Il Landriani s’era acquistato un titolo di benemerenza non facilmente dimenticabile e la musa di Vincenzo Lancetti s’incaricava di fissarne e tramandarne ai posteri il ricordo:

Primo fra tanto nominarti io deggio
Che un picciol globo all’alto volo impenna
Marsilio Landrian. caro alle belle
Nove di Pindo armoniche sorelle.


Se Alessandro Volta non fu in persona presente allo storico spettacolo, vi partecipò certo col pensiero, vivamente ansioso. Soprattutto lo interessava l’esito del lancio del palloncino a sacco. Ce lo apprende lui stesso nella lettera citata: «...Sappiatemi poi dire com’è riuscito il vostro sacco d’aria infiammabile...»
Dell’aerostatica gli scienziati, e tra essi al primo posto il Volta, s’interessavano anche in quanto essa offriva un ausilio molto efficace per l’esplorazione dell’elettricità atmosferica, un argomento allora intensamente studiato. Appunto a vantaggio di quella applicazione il Landriani s’era anche occupato della fabbricazione di tessuti impermeabili, e nel 1784, essendo riuscito a procurarsi siffatta stoffa, egli fece costruire in Milano un grande pallone, col quale si proponeva di far grandemente progredire la conoscenza dell’accennato fenomeno.
Un altro amico del Volta si occupava appassionatamente di aerostatica. Era il comasco Giulio Cesare Gattoni, un sacerdote di versatile ingegno, di larga cultura e d’inesauribili iniziative. Sin da giovinetto egli s’era fervidamente dedicato allo studio della fisica, e per poter saggiare le teorie con le esperienze, s’era provveduto di apparecchi e di macchine così da costituire nella sua casa un buon gabinetto di fisica. Il quale egli aveva poi dischiuso al concittadino e amico suo, Volta, che, diciassettenne, in quello compì, si può dire, il suo tirocinio scientifico sperimentale. Al gabinetto di fisica si era poi aggiunto un osservatorio meteorologico, allestito sopra una delle torri delle mura cittadine, situata presso la di lui casa.
Date la vivacità e l’intraprendenza intellettuale del Gattoni, si può essere certi che l’invenzione del Montgolfier subito eccitò fortemente la sua fantasia e interessò la sua curiosità scientifica. I palloncini aerostatici alla Beaumanoir, prima, e le mongolfiere poi furono da lui tentati e variamente riprodotti.
Come per iniziativa del Gattoni la piccola città sulle rive del Lario era stata fra le prime d’Italia a inalberare la spranga frankliniana a riparo dai fulmini, così, se essa non fu ultima delle consorelle ad essere sede di sperienze aerostatiche e a vedere librate nel proprio cielo le volanti macchine, il merito è da attribuire allo zelo del medesimo canonico. Di ciò non abbiamo testimonianze scritte, né è possibile segnare una data. Ne fa fede però un dipinto murale del tempo, tuttora esistente in Como; è in esso rappresentata la casa del Gattoni con la vicina torre con l’impianto per la segnalazione dell’elettricità atmosferica (la serie di fili che dalla torre scende alla casa è appunto il mezzo per la trasmissione dei segnali). Un grande aerostato si libra maestosamente nel cielo; in mezzo al giardino sta il Gattoni e più indietro, vicino alla torre, sono alcune persone intente ad ammirare la macchina volante. È questa una vera “charlière”; appaiono nella navicella (che è munita di apparecchi, a quel che pare, di direzione) tre aeronauti.
Questo dipinto non è certo una semplice fantasia di pittore: un germe di verità, se non più, v’è incluso. Esso vuol ricordare con l’evidenza di un’immagine appariscente l’interesse e le iniziative del Gattoni in fatto di aerostatica. Alle quali iniziative, possiamo credere con piena sicurezza di non errare, si associò con molto calore l’altro cittadino di Como, professore di fisica sperimentale a Pavia, del quale già sappiamo quanto s’interessasse di aeronautica.
Com’era ben naturale, la parte per il grande Fisico più interessante nel fenomeno aerostatico era il problema scientifico ad esso inerente, cioè la precisa causa in virtù della quale i palloni s’innalzavano. Per le “caroline” la cosa era chiara, essendovi in azione l’idrogeno, del quale già era ben nota la forza ascensionale, specialmente in seguito alle esperienze di Tiberio Cavallo, che già qualche anno prima aveva sollevato nell’aria bolle di sapone riempiendole di quel gas. Per le mongolfiere invece l’essenza del fenomeno d’innalzamento restava incerta. Com’è noto, i fratelli Montgolfier non erano arrivati alla loro invenzione attraverso una preparazione scientifica. Fecero uso dell’aria rarefatta, perché non erano riusciti a trovare il modo di valersi dell’idrogeno, ma da essi anche quell’aria era chiamata «infiammabile» e la credevano dotata di proprietà elettriche. A Orazio de Saussure, geniale naturalista ginevrino (uno dei migliori amici che il Volta contava oltralpi), si attribuisce il merito di aver messo in chiaro le cose. Aveva infatti accertato, mediante una serie di esperienze, che l’aria dentro il pallone, dilatandosi col riscaldamento, diventava più sottile di quella esteriore. Di qui traeva la conseguenza, giustissima, che la macchina doveva salire in alto fino a raggiungere il suo equilibrio nell’aria, cioè finché la densità dell’aria esteriore fosse eguale alla densità di quella interna. Tutto questo il Saussure pensava nel 1783.
Nel medesimo ordine d’idee cercava la soluzione del problema il grande elettrologo comasco. E il suo pensiero, se anche forse non ha il merito della priorità cronologica rispetto a quello del naturalista ginevrino, e neppure ne raggiunse gli sviluppi, ha sempre un notevole valore, va altamente apprezzato, non solo come espressione di una mente superiore, sì anche per lo stesso intrinseco suo contenuto. È nella lettera al Landriani, già a più riprese citata, che quel pensiero fu espresso:
«Non mi pare che s’apponga male chi pensa che l’aria semplicemente diradata dal calore entro a quel vasto recipiente possa fare il giuoco, o almeno avervi una gran parte: giacché, notate, che d’aria infiammabile non vi se ne può raccogliere gran quantità, adoperandosi come s’è fatto, paglia secca, che ardendo con fiamma distrugge la stessa aria infiammabile a misura che la produce. Se si riducesse il fenomeno a semplice dilatazione dell’aria comune, avremmo in questa sperienza una bella immagine delle colonne ascendenti, intorno alle quali conoscete la bella memoria del sig. De Carla».
Si possono rilevare in queste sobrie parole due dei segni caratteristici della mente di A. Volta: l’esattezza dei concetti o meglio la chiarezza delle intuizioni e quella nativa prudenza, dalla quale furon sempre diretti il suo pensiero e il lavoro scientifico e per la quale egli sempre s’impose di fronte alle novità un cauto riserbo e un linguaggio ricco di formule ipotetiche.
Altre dichiarazioni del Volta direttamente riguardanti l’aerostatica non sono a mia conoscenza; eppure non v’è dubbio che egli abbia seguito con l’attenzione che meritavano i primi veri viaggi aerei, compiutisi in quello stesso anno 1783: il 21 novembre Pilâtre de Rozier col marchese d’Arlandes, il 1o dicembre il professore Charles e Robert (con un pallone allestito in quella forma che poi rimase definitiva) sorvolarono Parigi, i primi percorrendo in 25 minuti il tratto dai giardini di La Muette a Butte aux Cailles; gli altri in 35 minuti superando la distanza dalle Tuileries a Nesle e raggiungendo l’altezza di circa 3400 metri.
Solo in una lettera del 23 giugno 1787 a M. van Marum si trova toccato dal Volta un argomento di interesse aerostatico: quello cioè della leggerezza dei palloni in seguito alla loro elettrificazione.
Il fisico olandese aveva dedotto dalle sue esperienze che l’aria contenuta nel pallone elettrizzato si dilata. Al Comasco pareva invece si trattasse d’una dilatazione dell’involucro dell’aerostato. Eppure era una sua «idea favorita» quella «de la dilatation de l’air par l’electricité». Ma troppe difficoltà gli pareva che si opponessero all’interpretazione del van Marum.
Dopo i trionfi dei primi due anni, un’improvvisa catastrofe gettò una fredda doccia sui bollenti entusiasmi aeronautici. Il 16 giugno 1785 l’ardimentoso Pilâtre de Rozier, partito a volo da Boulogne con tale Romain per tentare la traversata della Manica, precipitava poco dopo dall’altezza di circa 400 metri, per un’improvvisa fuga di gas, rimanendo sull’istante cadavere. Furono, Pilâtre e il suo compagno, le prime vittime della navigazione aerea, la quale patì per quella sciagura un colpo violento, e parve per parecchi anni arrestarsi, paralizzata.
Davanti alla gravità del pericolo improvvisamente rivelatasi, passò in tutti animi un brivido di sgomento, nel quale si spensero le calde simpatie fin allora ingenuamente nutrite. Parve che la natura avesse voluto vendicarsi di chi troppo arditamente tentava di violarne i segreti. Così, con altri molti, pensava A. Volta. E lo espresse nel poemetto composto nel 1787 in onore del Saussure, che nell’agosto di quell’anno era riuscito a toccare la cima del monte Bianco. Nella 241a terzina, rivolgendo alla Natura, troppo spesso crudele nel punire i suoi «scrutatori», un’invocazione di mitezza a favore dell’audace scienziato ginevrino, così l’apostrofa, dopo aver ricordato il sacrificio del «Gran Plinio»:

Tu, che pur or dall’etra, ove sospinto
Con stupenda virtù Pilâtre sera,
Cader facesti dal suo peso vinto,
Sì che la salma affumicata e nera
Parve accoglier pur ei dolente il suolo,
Non che d’amici la pietosa schiera ...

 

È facile ravvisare in questi versi la semplice variante di un concetto che è quasi un luogo comune nelle poesie di argomento affine; luogo comune che nella famosa ode del Monti per l’ascensione di Charles e Robert del 1o dicembre 1783, si esprime nella strofe:

Pace e silenzio, o turbini.
Deh! non vi prenda sdegno
Se umane salme varcano
Delle tempeste il regno...


Ottime e frequenti occasioni d’occuparsi di argomenti di aerostatica e aeronautica ebbe il Volta nel 1801 a Parigi, quando egli, dal 26 settembre al 3 dicembre, vi soggiornò, con l’amico e collega Luigi Valentino Brugnatefli, chimico illustre, per presentare e illustrare personalmente agli scienziati dell’Istituto Nazionale, tra i quali fu più d’una volta il Primo Console, la sua massima invenzione. Tra i membri della Commissione nominata per chiarire la questione del galvanismo e giudicare della scoperta voltiana, era Giacomo Charles, il fisico aeronauta che già conosciamo, l’inventore delle “carlotte” o “caroline”. Con lui gli’incontri, anche indipendentemente dalle sessioni dell’Istituto, furono frequenti e lunghi. Anche Giuseppe Montgolfier dimorava allora a Parigi e pur con lui il grande Fisico italiano si trovò più d’una volta. Alle conversazioni con l’uno e con l’altro l’aeronautica non poté non fornire frequentemente il tema ad ambo le parti graditissimo. Di ciò può considerarsi prova una annotazione che il Brugnatelli prese nel suo giornale di viaggio il 12 novembre: vi è descritto il metodo applicato dal Charles per la preparazione del taffetas usato nella costruzione del suo pallone. Certo si può vedere in essa una indicazione personalmente fornita dallo scienziato francese durante una conversazione, alla quale era presente e partecipe anche il Volta.
Al 1801 si fermano le testimonianze dirette e indirette che a me fu possibile di rintracciare riguardo all’interessamento del Volta per l’aeronautica. Dal successivo silenzio dei documenti (che d’altronde ha un valore molto relativo dato il fatto che per molta parte degli scritti inediti voltiani non è ancora possibile un’esauriente ricerca) non è certo da inferire che sia venuto meno in lui quell’interessamento.
L’aeronautica, nel 1801, già da parecchi anni – superato lo sgomento prodotto negli animi dalla sciagura ov’era perito il Rozier – era in pieno sviluppo e segnava sempre nuovi progressi. Il Volta non poteva essere indifferente se non altro alle manifestazioni che di essa si svolgevano nelle città ove egli dimorava o frequentemente capitava: Pavia, Milano, Como. Oramai le esperienze aerostatiche avevano compiuto il loro ciclo, precocemente interrotto nello stesso anno 1784 dai governi delle varie parti d’Italia. Già da parecchi anni l’attenzione era rivolta alle vere e proprie ascensioni.
Nel 1802 in Francia si ventilò persino l’idea di un’invasione dell’Inghilterra con l’aiuto dei palloni. In Italia la serie delle ascensioni aeronautiche era stata inaugurata nel 1784 da Paolo Andreani, nella villa del fratello suo a Moncucco, vicinissimo a quella Monza da cui, per opera del Landriani, era partito a volo il primo aerostato. Il 25 febbraio si svolse l’ascensione di prova; il 13 marzo quella definitiva, che ebbe uno svolgimento clamoroso. Se anche il Volta non fu presente al grande spettacolo, certo il suo pensiero vi era rivolto con interessamento e ansia vivissimi. Egli poteva infatti tra l’altro considerare l’ardito aeronauta come un suo conterraneo, essendo l’Andreani oriundo di Corenno Plinio, terra comasca sul Lario. Questo stesso motivo si può credere abbia anche avuto parte nel determinare il tributo poetico recato dal professore comasco Ignazio Martignoni, amico devoto del Volta, alla celebrazione della memorabile impresa di Paolo Andreani.

Il Volta con una pila.

A Milano altre ascensioni aeronautiche si ebbero negli anni: 1807 per opera di Pasquale Andreoli; 1812 per opera di madame Blanchard; 1817 per opera di Arban con Rossi e Sciffard; 1820 con protagonista lacopo Garnerin per tre volte; 1824 con la di lui nipote Elisa Garnerin.
A Como, piccola città di provincia, le manifestazioni aeronautiche non potevano naturalmente trovare un terreno propizio. Nel 1809 era morto quel canonico Gattoni al quale, come si è veduto, si può riconoscere il merito d’aver iniziato i comaschi alle meraviglie aerostatiche. E morto lui, se la successione in quella forma di attività non fu raccolta dal Volta, non so chi altri, per vivacità di mente e fervore di iniziative, avrebbe potuto succedergli.

A Como bisogna arrivare nientemeno che al 1865 per trovare il primo saggio di aeronautica con mongolfiera (si compì il 15 agosto; il pallone partì dall’arena e dopo essersi alzato fin sopra la vetta di Brunate atterrò in una gola del monte – la così detta Vallaccia o Vallogia – non senza grave pericolo dell’aeronauta); e nel 1912 (4 agosto) per incontrare il primo viaggio aereo eseguito con una “carolina”. (Ascesero allora il Condor di Celestino Usuelli recando, tra gli altri, chi scrive e l’amico suo Erminio Donner Flori con altro pallone.)
A Como, per tutti gli anni del secolo passato, fino alla morte del Volta, l’aeronautica non oltrepassò lo stadio dei divertimenti aerostatici. Dei quali si ricordano in modo sicuro, due: l’uno effettuatosi il 26 maggio 1808, a spese del Municipio e ad opera di un certo Luigi Pistoni, per festeggiare l’anniversario dell’incoronazione di Napoleone a re d’Italia; l’altro, la sera del 9 ottobre 1819, sul piazzale di San Giuliano, nel borgo di Sant’Agostino, per completare la festa della B.V. del Rosario. Alessandro Volta – è lecito credere – fu coi figli presente all’uno e all’altro spettacolo, modestamente confuso nella folla degli spettatori suoi concittadini.

     
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