engita
Aero Club Como
Associazione sportiva dilettantistica
federata all'Aero Club d'Italia e al CONI
Via Masia 44
20100 Como ITALY
info@aeroclubcomo.com
AEROCLUBCOMO               AeroClubComo on Facebook AeroClubComo on YouTube

Guido Grandi

Un avventuroso viaggio in pallone

 

Da “La Provincia Illustrata” - 24 marzo 1907

 

Il pallone prima del decollo.

Date le più che mediocri mie attitudini alpinistiche, avevo finora dubitato di poter elevarmi ad una altezza “rispettabile” sulla crosta terrestre. Ma è proprio vero che non bisogna mai disperare di se stessi, specialmente quando le proprie forze sono aiutate da un mezzo piacevole quale il pallone aerostatico. L’idea di una gita aeronautica mi ha subito sorriso tentatrice, suscitando in me il senso di leggera ebbrezza che dà l’ignoto e facendo vibrare il desiderio di una visione incantevole di bellezza.

La mattina di domenica 10 marzo il prato attiguo all’Officina Comunale del gas era trasformato provvisoriamente in parco aerostatico e verso le undici il pallone si erigeva maestoso, trattenuto da un centinaio di sacchetti di sabbia. È dovere di aggiungere che l’Amministrazione dell’Officina, a cominciare dal suo presidente ing. G. Rossi, ha prestato opera preziosa: ma le operazioni di gonfiamento sono lunghe e devono essere condotte con molta pratica e prudenza.
Il pallone Milano della Società aeronautica milanese ha la capacità di 2000 m3 e forma di sfera con diametro di 15,50 m; la distanza verticale fra la navicella e il cielo della valvola è di 24 m; il peso netto del pallone con tutti gli accessori è di 500 kg.
Le ultime operazioni vennero dirette dal noto aeronauta capitano Frassinetti, venuto appositamente, e a mezzogiorno il pallone – classicamente equilibrato – si librava dolcemente portando nella navicella i viaggiatori avv. Bonardi, rag. Savonelli, Cattaneo, Borsalino e il sottoscritto; pilota era Carletto Crespi, giovane ardito e prudente che conta al suo attivo – fra le molte ascensioni –- la traversata delle Alpi coll’Usuelli.
Portiamo con noi 22 sacchetti di zavorra (sabbia), del peso di 1,5-20 kg. La direzione iniziale è verso nord, ma abbiamo appena raggiunto i 500 m che una fredda corrente locale determina il condensamento del gas e una rapida discesa, alla quale il pilota si oppone sacrificando due interi sacchetti di zavorra.
Nelle purissime regioni dello spazio l’elemento più prezioso è la zavorra e da questa il pilota si distacca a malincuore e la chiama oro. Da essa dipende infatti la forza ascensionale del pallone e la durata dell’ascensione, perché quando il pallone comincia a discendere va fino a terra se non si getta della sabbia.
Dopo un circolo vizioso, passiamo sopra San Maurizio: siamo a 1500 metri sul mare e il panorama è meraviglioso.

Il vento forte della notte ha spazzato l’orizzonte e l’occhio spazia incantato: il semicerchio delle Alpi si erge immacolato, chiuso ad occidente dal Monviso, caratteristico fra le brume continue, e ammirazione strappa lo svolgersi delle Prealpi, del nostro lago di un azzurro intenso, della Brianza coi suoi laghetti e le sue ville.
Viaggiamo nella direzione da Como a Bergamo e decidiamo di indugiare qui approfittando delle correnti locali che ancora dominano a questa altezza.
È già l’una e mezza quando ci innalziamo a 2000 metri circa dirigendoci verso Monza, ma lasciamo la città a destra e prendiamo la direzione di sud-est che non abbandoneremo più.
Il pallone è mantenuto in quota, il che avviene quando il suo peso è uguale al peso del volume d’aria spostato; per questo la manovra consiste nel disperdere piccole quantità di zavorra e determinando così una nuova e grande forza ascensionale al pallone.
Alle due ed un quarto varchiamo l’Adda per la prima volta, passiamo poi fra Lodi e Crema e prima delle tre vediamo il Po vicinissimo; abbiamo quindi percorso in un’ora da 70 a 80 km in linea retta.
Della velocità però non si ha percezione alcuna; l’aerostatico forma un tutto col vento, un fuscello trasportato da questo e sulla nostra rotta non vi sono pali del telegrafo quali termini di confronto.
Si ha l’impressione di un’atmosfera calma, di un clima mite e si cammina senza la preoccupazione dello scontro quotidiano che affligge il viaggiatore delle Ferrovie dello Stato. Il pilota decise di non passare il Po per eliminare il pericolo di essere gettati sugli Appennini e di scendere in località deserte; mette in serbo tre sacchetti di zavorra per la discesa e fa gettare il resto; saliamo d’un balzo e il diagramma registra la massima altezza raggiunta: 3600 metri.
Qui il panorama è meraviglioso, indescrivibile, la sensazione di bellezza che dà il paesaggio vale da sé tutta l’ascensione, nessuno parla, immersi come siamo in un’ammirazione che sconfina dai nostri sensi ed assurge alle nostre anime.
I fiumi assumono aspetto fantastico: ai nostri piedi il Lambro, l’Adda, il Serio hanno contorgimenti strani, l’Oglio è una striscia bianca, il Po si snoda dalle sue scaturigini e si perde indefinitamente ad oriente come lamina d’argento scintillante al sole; in faccia gli Appennini appaiono velati dalla nebbia e si seguono sui fianchi il corso dei fiumi Trebbia, Nure, Chiavenna dalle origini al Po in linee fosche di acciaio brunito.
Stiamo tutti fisicamente bene, siamo senza paletot e non sentiamo brividi di freddo, quantunque la temperatura debba essere sotto zero a giudicare dall’impressione che – in mancanza di termometro – dà una bottiglia di Champagne veramente frappé. Scendiamo: Crespi ci dà prudentemente le istruzioni del caso, tira la corda ed apre la valvola: si sente un colpo secco come di un martello su di una lastra di metallo.
La valvola circolare di un metro circa di diametro è fissata a mezzo di forti collari nel punto più alto del pallone ed è tenuta chiusa da molle a spirali; s’apre a guisa di battente nell’interno determinando la fuga del gas.
Nel caso che la valvola non funzionasse o di altro grave pericolo l’aeronauta dispone della corda della misericordia attaccata a un pezzo speciale della stoffa del pallone: tirando questa si fa uno squarcio e si scende... come si può.
La discesa fu rapidissima a picco sul Po, però senza impressione penosa; l’effetto si rendeva tangibile gettando dalla navicella un pezzo di carta consistente: questa, pure sottostando alla legge di gravità, pareva invece, al nostro confronto, salisse in aria.
È qui che – a mio parere – si dimostra tutta l’abilità del pilota; l’ideale della discesa perfetta è raggiunto quando la forza ascensionale prodotta col getto della zavorra equilibra perfettamente l’accelerazione dovuta alla gravità.

Vicino a terra, una corrente locale ci spinse verso l’arginatura del Po, il guiderope si adagiò fra gli alberi, l’àncora lanciata fece presa e discendemmo senza sbalzi, dolcemente, su di una strada alzata a Spinadesco, lontano cinque minuti da Cremona.

 

     
Share on facebook