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 [---- SOLO TESTO - Sito in allestimento ----]

 

Anni di guerra
  

Negli anni del conflitto le notizie di carattere aviatorio riguardano le imprese compiute dai piloti comaschi sui vari fronti, ma anche la lunga serie di caduti.
I giornali riportano i bollettini di guerra in cui sono descritte le gesta, talvolta eroiche, di questi piloti, intercalati da altri bollettini che annunciano il sacrificio dei giovani che hanno immolato la loro vita per la Patria.
Gli struggenti necrologi delle famiglie e gli articoli di commemorazione dei piloti defunti offrono una sensazione vibrante di come quei tragici eventi fossero vissuti dall’intera comunità locale con un forte senso di partecipazione e di solidarietà.
L’Associazione delle Famiglie dei Caduti e Mutilati dell’Aeronautica, Sezione di Como, con sede in hangar, conserva i dossier e le immagini di tutti i piloti che hanno dato la vita alla Patria.

Incursioni e bombardamenti alleati nel Comasco
A differenza di altre città, Como non è seriamente toccata dai bombardamenti aerei nel corso della guerra 1940-1945. Si registrano, tuttavia, alcune incursioni aeree, in particolare nell’ultimo inverno di guerra, con numerosi mitragliamenti.
Il primo attacco dal cielo si registra il 24 ottobre 1942, un sabato sera. Di ritorno da Milano, dove hanno bombardato la città, alcuni aerei fanno cadere spezzoni incendiari su un nuovo reparto dell’Ospedale psichiatrico, sulla strada per Lecco. Per fortuna, non si hanno morti né feriti.
Nel luglio del 1943 molti comaschi salgono nelle zone alte della città, sulla montagna di Brunate e sul monte Croce, per osservare i bagliori dei bombardamenti su Milano.
Soltanto nell’ultimo periodo della guerra iniziano i problemi per la città e i suoi dintorni, ritenuti allora punti nevralgici: la stazione ferroviaria di Como San Giovanni, la polveriera di Albate, i battelli della navigazione, sia quelli per il trasporto di persone sia quelli per il trasporto di merci.
L’11 gennaio 1945 viene mitragliata la polveriera della Valbasca: la popolazione è fatta evacuare e sfamata presso il “Dopolavoro” della Fisac. Alla fine di gennaio del 1945 il fuoco nemico cade sul piroscafo “Commercio”, attraccato al pontile della funicolare per Brunate. Nella notte del 29 gennaio 1945 viene colpito da un’incursione solitaria dell’aereo noto come “Pippo” il seminario di Sant’Abbondio, senza causare alcuna vittima.
L’11 marzo 1945, durante un mitragliamento aereo in località “Scaletta”, sulla Provinciale per Lecco, rimane colpito a morte il contadino quarantenne Alfonso Pirovano, residente a Monticello Brianza.
Il 23 aprile 1945 un aereo lancia spezzoni incendiari sul quartiere di San Martino. Vengono colpiti alcuni edifici privati e l’Istituto della Presentazione, in via Zezio 63. Muoiono una suora, Maria Maddalena Balma, e la guardia notturna Paolo Molteni, colpito all’interno del parco dello stabilimento Ostinelli di via Ciceri 18. Rimangono seriamente danneggiate le linee del tram per Erba e Lecco, per la caduta dei fili; saltano anche i telefoni e l’illuminazione pubblica.
Secondo una leggenda fiorita all’indomani della Liberazione, uno stormo di aerei sarebbe partito da Bari per raggiungere Como, dove si era asserragliato Mussolini. I velivoli sarebbero stati fatti rientrare quando si trovavano sul cielo di Bologna, essendo già stata trattata la resa. Vera o falsa che sia, il celebre quattrocentesco Crocifisso del Santuario comasco dell’Annunciata viene portato solennemente in processione lungo le vie cittadine, in segno di riconoscenza, e infine incoronato dal cardinale arcivescovo di Milano, Ildefonso Maria Schuster.
La provincia comasca è interessata dalla caduta di spezzoni incendiari sganciati la sera del 24 ottobre 1942 dagli aerei alleati che hanno bombardato Milano. Sono distrutti dalle fiamme alcuni fabbricati rurali situati a Cucciago e a Montesordo, frazione di Cermenate.
Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, un aereo alleato, sembrerebbe condotto da un pilota polacco, sgancia alcune bombe sui paesi di Tremezzo e Dongo. L’operazione bellica è decisa in segno di rappresaglia per l’uccisione di Mussolini, avvenuta pochi giorni prima ad opera dei partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale. Gli alleati, infatti, avrebbero voluto Mussolini vivo.
Nel corso del bombardamento viene colpito l’albergo Bazzoni, in Tremezzina (comune raggruppante allora Tremezzo, Mezzegra e Lenno). Sedici persone rimangono uccise sotto le macerie. Altre quindici sono ferite e sono ricoverate all’Ospedale di Como.
Tra i morti, un partigiano, che si trova per caso a passare sotto i portici.
Una comunicazione sull’episodio viene inviata al Comitato di Liberazione Nazionale il 2 maggio 1945, dal comandante militare “Arturo”. Il quotidiano comasco “L’Ordine” dell’1 maggio 1945 cita, tra i feriti, i nomi di Anna Fossati e del figlio Giovanni, provenienti da Roma, e di una non meglio precisata Eleonora Persi. La voce che corre è che il bombardamento sia frutto di un errore: la rappresaglia avrebbe infatti dovuto colpire il luogo esatto della fucilazione di Mussolini.
Sempre per rappresaglia nei confronti delle forze partigiane che hanno catturato Mussolini, la notte stessa il medesimo aereo bombarda anche Dongo, causando la morte di parecchie persone.
Ma l’episodio più sanguinoso avviene a Erba. Si tratta dei due terribili bombardamenti del 30 settembre e dell’1 ottobre sulla cittadina, compiuti rispettivamente da 12 e 18 bombardieri B-26, che scaricano circa 50 tonnellate di bombe per distruggere un deposito di carburante tedesco lungo le Ferrovie Nord Milano, in località “Sassonia”. Muoiono 77 persone e più di duecento sono i feriti.
Mentre il fronte si stabilizza lungo la cosiddetta Linea Gotica, lungo l’Appennino tosco-emiliano, l’aviazione alleata ha ricevuto l’ordine di intervenire sulle retrovie e distruggere depositi, linee di comunicazione, fabbriche, ponti, treni e nodi ferroviari. In questo quadro, i servizi segreti ricevono notizia di un deposito di carburanti a Erba, quasi contiguo alla linea ferroviaria. Non è ancora chiara la fonte della “soffiata”, ma dopo due voli di ricognizione nel mese di settembre si procede alla prima missione di bombardamento condotta da bombardieri leggeri, i Marauder (cioè “predoni”), chiamati dai piloti Widow Maker (“fabbricanti di vedove”) per la loro pericolosità.
Per l’incursione su Erba, essendo l’obiettivo un deposito di benzina, sono usate bombe specifiche per tale scopo, che producono un’imponente volata di schegge. Partita da Poretta in Corsica, vicino a Bastia, la formazione arriva sulla penisola e quindi su Erba. A questo punto viene inquadrato l’obiettivo ma, nonostante l’ottima visibilità e i sistemi di puntamento, eccellenti per l’epoca, la maggior parte delle micidiali bombe cade a nordovest del bersaglio: sul mercato di via Trieste, in via Cattaneo, sulle tante vigne dove si fa vendemmia. Forse a causa dell’imperizia del puntatore, si verifica un tragico disastro.
Durante la notte, mentre si piangono i morti e si curano i feriti, si tenta di svuotare il deposito; il locale podestà propone di distribuire le taniche di benzina nelle cantine delle case per evitarne la probabile distruzione. A ciò si oppone monsignor Pirovano, che minaccia di incendiare personalmente il deposito piuttosto che vederlo distribuito per tutto il paese.
Nella mattinata dell’1 ottobre, al termine della tristissima messa domenicale, arriva a confortare la popolazione, inatteso, il cardinale Schuster; ripartirà per Milano appena prima del secondo bombardamento.
Il secondo attacco, più mirato, raggiunge l’obiettivo, toccando pure la ferrovia: altri morti civili e incendi. C’è, insomma, un dispiego di forze sproporzionato per la modestia dell’obiettivo, ma c’è anche una forte inesperienza dei puntatori dei velivoli e infine l’incoscienza nel predisporre un tale deposito in una cittadina totalmente impreparata alla difesa come Erba.

Junkers 88 precipitano sui monti lariani
Il 23 agosto 1943 un boato rompe il silenzio della Val Cavargna e precisamente la zona di Garzeno. Uno JU 88 del settantasettesimo gruppo da bombardamento della Luftwaffe, forse in volo di addestramento, dopo aver cozzato contro un ostacolo si schianta sui costoni del Pizzo di Gino. I quattro uomini dell’equipaggio perdono la vita.
A due giorni dalla caduta dell’aereo, alle ore 7, si presenta alla Falk di Dongo un drappello di militari tedeschi in tenuta di marcia (ufficiali, ufficiali medici, militari dell’esercito e uomini della polizia militare), che impongono a undici operai di seguirli. Tutta la colonna si avvia verso il luogo della caduta dell’aereo, accompagnata da quattro muli carichi di cassette di legno.
Alle 12.30 circa gli uomini giungono nella conca detta “Bocchetta di Cavret”, sotto la cresta del Pizzo di Gino, e iniziano subito il recupero dei resti degli aviatori. Questi sono irriconoscibili, ma sono identificati grazie alla piastrina che portano al collo; si tratta del pilota Fritz Schulze, del marconista Wilhem Kaiser, del pilota Eitelfritz Elles e del mitragliere Heinz Chattulat.
Le cassette sono portate al cimitero di Garzeno e in seguito tumulate nel cimitero militare tedesco di Costermano del Garda. L’ordine imposto dagli ufficiali tedeschi è di ricercare solo i resti dei caduti e i loro effetti personali. Reperti di questo aereo si trovano nel museo della Val Cavargna, a Garzeno.
Una sera, nell’inverno del 1944, cade un altro Junkers nei pressi della Capanna Mara (sopra Erba). La cosa è “segretata” dal comando tedesco. Un allievo ufficiale pilota di Albavilla, dell’Aeronautica Militare Italiana, casualmente in permesso, viene incaricato dalle autorità locali di recarsi sul luogo e verificare l’accaduto. All’alba si constata che l’aereo, probabilmente fuori rotta, è andato completamente distrutto e che il violento impatto ha provocato la morte di tutto il personale di bordo.

 

Un Combattimento all’ultimo sangue
Il capitano pilota Sutter, dell’USAAC, è arrivato in Italia con il 2641o Gruppo Provisional dell’aviazione americana nel dicembre del 1944, proveniente dall’Ottava Air Force, dislocata in Inghilterra, e destinato alla Quindicesima Air Force, operante in territorio italiano.
Il 2641o Gruppo Provisional, di base a sud di Livorno, sul campo di Rosignano, dotato di quadrimotori B 24 “Liberator”, è addetto a missioni speciali. Da questi aerei sono stati rimossi i cestelli delle bombe e sei delle otto mitragliatrici, in modo da guadagnare spazio e peso per poter trasportare carichi maggiori, armi, munizioni, viveri, indumenti e medicinali da paracadutare ai reparti partigiani che operano nell’Italia settentrionale.
Nell’aprile del 1945 le forze aeree anglo-americane dominano il cielo dell’intera Europa e le missioni sul territorio italiano comportano minimi rischi. Il 18 aprile 1945 gli giunge l’ordine di preparare tre B 24 Liberator destinati a compiere un lancio di esplosivi speciali su reparti di sabotatori che operano nella zona del Brennero.
Il volo di andata e ritorno si svolge regolarmente, costeggiando le Alpi fino al confine tra la zona di Varese e il Canton Ticino.
Alcuni piloti superstiti dell’aviazione della Repubblica Sociale del Nord contrastano l’aviazione avversaria con qualche decina di caccia Messerschmitt ME 109. Il comandante del I Gruppo Caccia, Adriano Visconti, che verrà ucciso il 25 aprile a Milano dai partigiani, disponendo di pochissimo carburante, è tuttavia riluttante a mandare allo sbaraglio i pochi piloti rimasti, ma, su insistenza del tenente Oddone Colonna, comandante della II squadriglia, il mattino del 19 aprile 1945, dopo aver accertato che non vi sono formazioni di caccia alleati nelle vicinanze, fa decollare due coppie di Messerschmitt 109, una composta dal tenente Colonna e dal sergente Franciosi e l’altra dai tenenti Aurelio Morandi e Storti.
La pattuglia raggiunge il Liberator di Sutter nella zona di Varese, mentre dirige per levante, a quota lievemente superiore. Colonna dà subito l’ordine di attacco per evitare che il quadrimotore sconfini in territorio svizzero. I quattro caccia italiani si dispongono in linea di fila e aprono il fuoco a distanza ravvicinata. Colonna manda a segno la prima raffica. Dell’armamento difensivo del B 24 rimangono le due mitragliatrici dorsali e le due di coda. Colonna riesce a far tacere quelle di coda, ma quelle dorsali lo centrano con una raffica, costringendolo a disimpegnarsi con un rovesciamento e a rientrare alla base.
Fa in tempo, però, a vedere l’aereo di Morandi che attacca dall’alto, incappando in pieno nelle raffiche della torretta dorsale. Dal Liberator, ormai con il motore in fiamme, cominciano a uscire con il paracadute i membri dell’equipaggio. Il Messerschmitt di Morandi colpito dal fuoco del B 24, precipita nella boscaglia presso Fino Mornasco.
Il Liberator, stando ai documenti degli archivi svizzeri, sembra che precedentemente sia sconfinato in territorio svizzero unitamente al Messerschmitt di Morandi. Quest’ultimo era stato fatto segno di tiri della contraerea elvetica e aveva sganciato il serbatoio supplementare, caduto in territorio svizzero.
Il Liberator si schianta poi nelle vicinanze di Tradate. Tra i membri dell’equipaggio del B 24 non c’è nessun ferito. Nella discesa, cinque di essi finiscono in una zona controllata dai partigiani. Tre sono accompagnati in Svizzera: l’ufficiale di rotta tenente Anderson, il sergente marconista Lail e il sergente armiere Veazey, mitragliere di coda. Gli altri due, il secondo pilota tenente Stoehrer e un sergente, sono tenuti nascosti fino al 25 aprile.
Un ufficiale, con una gamba rotta, e il sergente Burke cadono in mano ai tedeschi. Gli altri tre, il capitano Sutton, il tenente puntatore Brinner e il sergente motorista Mark, sono catturati dai paracadutisti della Folgore e condotti al castello di Tradate come prigionieri, dove rimangono per pochi giorni. Il 25 aprile 1945, infatti, terminano le ostilità.

     
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